Vorrei.

È che vorrei tanto essere una di quelle che dicono “Te ne pentirai” e “Stai facendo la scelta sbagliata”. E vorrei, vorrei tanto, nel dirtelo, avere ragione.

E invece ti dico solo “Vai” e penso “È giusto così”. E mi incazzo, mi spiace, ma mi incazzo, perché si riduce tutto a questo, a sentirmi scema ancora una volta, e non mi va.

Amy, I

(Contiene spoiler, se così si puó dire. Be’ alla fine lei muore)

C’è qualcosa che non mi quadra nella vita di Amy Winehouse. Quando era viva, la guardavo nelle fotografie scattate dai paparazzi e pensavo “Questa sì che è figa” con i suoi tatuaggi e i capelli sconvolti e lo sguardo da dura con la linea dell’eyeliner alta un centimetro. Pensavo, questa li stende tutti, con quella voce e quel modo di fare che non si lascia condizionare neanche un po’ dal mondo patinato a cui non appartiene. 
E invece no. No, cazzo, Amy non era altro che una ragazzina che si aggrappava a chiunque le stesse attorno, che cercava amore e qualcuno che le desse una direzione, una qualunque, che le dicesse cosa era giusto fare. Amy era fragile, indifesa e per nulla indipendente e il momento in cui tutto le è crollato addosso è stato quando le è venuto a mancare (per la seconda volta, dopo il padre) il punto di riferimento su cui aveva puntato tutto, anche se lui era uno sbruffone che non faceva altro che usarla e dirle cosa fare. Appunto. È al suo braccio che lei si aggrappava, letteralmente, scesi i gradini del palco dopo aver ritirato un premio. Mentre usciva di casa sepolta da un temporale di flash di macchine fotografiche. Si aggrappava a lui, Blake, suo marito, l’amore della sua vita che l’ha iniziata alle droghe pesanti, che l’ha traviata e poi abbandonata. Lei che gli dava tutto, che avrebbe dato il mondo per lui. Perchè non era una donna forte come sembrava quando prendeva a pugni i paparazzi o quando rispondeva male a un giornalista. Era una ragazzina fragile e persa, rimasta forse ferma a quei nove anni, quando, racconta, il padre abbandonó la famiglia per un’altra donna. Padre che poi l’ha sfruttata in tutti i modi senza capire che quello che lei cercava proprio da lui, soprattutto da lui, tenacemente, ciecamente, era semplicemente un briciolo di affetto e interesse. Qualcosa che forse l’avrebbe salvata. 

Mi ha fatto molta impressione il concerto in Serbia dove, ubriaca fradicia, si rifiuta di cantare. Inizialmente sale sul palco, abbraccia i musicisti che le sorridono come amici e fanno sguardi da “Ah, la solita Amy”; e che poi peró quando si accorgono che lei non ha intenzione di cantare cambiano immediatamente espressione e assumono un distacco che fa quasi male vedere. E improvvisamente, in mezzo ad “amici” e davanti a migliaia di persone che l’applaudivano fino a poco prima ed ora la fischiano, si svela tutta la falsità della sua vita.

Come dice della coppia che vuole farsi una foto con lei, “They don’t give a shit”. 

E lei rimane sola.

Amy che tra tutti gli sbagli, i problemi, il sangue e le botte prese comunque non si è lasciata corrompere, ed è rimasta fino all’ultimo se stessa, pura e vera. 

Untitled

Ogni tanto penso che sarebbe meglio mollare un po’ la presa. Smettere di remare contro e lasciarsi portare dalla corrente. Non sono così forte da sopportare di non credere mai in niente. Ogni tanto penso a come sarebbe facile sposarmi in chiesa, smettere di essere schifata dalla gente che crede a quello che dice Facebook, ascoltare solo canzoni pessime e vedere i cinepanettoni. A come sarebbe facile scrivere “ti amo amore mio!!” seguito da mille cuoricini sulla sua bacheca ogni due giorni e arrivare a crederci davvero e avere una vita fatta di manicure e palestra e smettere di farmi tante domande su cosa ci sia dietro a ogni sentimento, a ogni azione, a ogni sguardo. Smettere di non fidarmi più di niente. Iniziare a credere in qualcosa, a qualcosa, solo perchè è più facile. Ogni tanto vorrei che fosse così, perchè sono stanca e non ho niente a cui aggrapparmi, non credo all’amore e non credo a nulla e non so nemmeno come tornare a crederci. 

The voice inside my head

Mi abbracciava, e io gli ho detto: “Quindi vai eh? Sei sicuro” e lui mi ha stretto più forte: “Non chiedermelo due volte”.
Non l’ho fatto.
Sembra passato un secolo, e io sogno che mi dice che sta per diventare padre. Ed è felicissimo.

Ho rivisto per caso M. (ok, ma sono tutti M. nella mia vita?) ieri sera e mi ha fatto un effetto strano. I nostri sguardi si sono incontrati da lontano e mi ha sorriso, di un sorriso caldo, come a dire “Sono felice di rivederti, finalmente”. Sono passati mesi, forse un anno. Non mi manca, non mi interessa essergli amica. Ma mi sono ricordata di quando ci scrivevamo tutti i giorni, tutto il giorno. Mi ha ricordato che mi piaceva farlo, che mi faceva ridere, che c’era un motivo se lo facevo con lui e non con altri. Sensazioni strane, che non so collocare. Non voglio ricominciare, questo è certo. Ma non voglio neanche ferirlo, questo no. Non sono già abbastanza appesa a un filo?

Where are you?
And I’m so sorry
I cannot sleep, I cannot dream tonight
[…]
Will you come home and stop this pain tonight?

Cold

Se fossi un po’ più sincera gli direi che non mi fa bene sentirlo. Non mi fa bene sentirlo ogni due giorni al telefono per 15 minuti. Dovrei essere grata di quel tempo che mi dedica, alzandosi prestissimo la mattina per “andare a correre”. Ma non mi fa bene, non mi piace sentirlo così, distante non solo per i chilometri che ci separano. Non mi piace che su 15 minuti 5 siano passati a ripetere “Pronto? Mi senti?”.
Non mi piace che, quando mi dice “Vado” e la comunicazione si interrompe, rimango ad ascoltare il vuoto e il silenzio che lascia, desolata.
Non mi piace e vorrei avere la forza di dirgli che, no, domani alle 16.30 avró da fare e proprio non potró sentirlo. Ma mi manca così tanto.
Bevo ogni goccia di lui che lascia cadere dall’alto, anche se non mi disseta nemmeno. Non è crudele dare a uno che muore di sete nel deserto 15 gocce d’acqua ogni due giorni? Non è forse più crudele di non dargliele affatto?
Sto sempre un po’ male dopo che ci sentiamo. Mi obbliga a pensare che è lontano e con chi. Che non ci sarà ancora per un sacco, che ha scelto, deciso, organizzato e programmato di non esserci per tutto questo tempo.

I’m on the corner, waiting for a light to come on
That’s when I know that you’re alone

Flames

“Chissà cosa rende più felici”.
“In che senso?”
“Vivere con una persona che si ama, o continuare ad amarla vivendo con un’altra”.
“Ovvio: vivere insieme alla persona amata, no?”
“Ma in questo caso, prima o poi di quella persona si cominciano a scoprire anche i lati che non ci piacciono. O si litiga per cose poco importanti. Sempre di più, giorno dopo giormo, e per quanto ci si ami all’inizio, dopo dieci o vent’anni forse si finisce per non provare più nulla”.
[Gridare amore dal centro del mondo, Kyōichi Katayama]

No flame burns forever
Oh no
You and I both know this all too well

Fall

Penso che sta male e penso che è così lontano da qui, che c’è così tanto vuoto tra noi…
Penso che arriva in albergo e in camera le chiede di spegnere la luce, la chiama per nome, forse un’abbreviazione.
Sono i dettagli che mi fanno bloccare il cuore in gola, che mi danno una scossa per cui mi viene da tirare pugni sul muro, sulle cose; perchè io sono qui, perchè non ci sono io là adesso con lui. Ma è solo un attimo, poi respiro e mi dico che non lo voglio davvero, che mi farebbe male, malissimo, che non sarei all’altezza, che dovremmo cadere troppo in basso prima di rialzarci, se riuscissimo a rialzarci.
C’è una via di mezzo tra il volere qualcosa a tutti i costi e l’essere totalmente terrorizzati dall’idea di averla. Io cammino su questo filo da un sacco di tempo e a volte mi chiedo: non sarebbe più facile semplicemente cadere?

Wear your love like it is made of hate
Born to destroy, and born to create

Now baby, what’ve you done to your hair?
Is it just the same time of year?
When you think that you don’t really care