You

Di base ho il cuore spezzato.
Ho letto da qualche parte che chi ha gli occhi come i miei (parliamo di forma, niente di aulico) tende a sembrare sempre malinconico. Me l’hanno sempre detto, “Sembri sempre malinconica”. Ho pensato per qualche tempo che fosse la forma degli occhi, ma no. Su Spotify mi parte una playlist che si chiama Broken Heart e la adoro.

Ero io quella che doveva andarsene. Sono rimasta, per mille motivi di cui, ho mentito a me e a lui, uno è indubbiamente lui. Ho perso un battito quando stasera ha scritto che potrebbe andarsene. Ho perso un battito e ho soffocato un singhiozzo, perchè tutto quello che volevo fare era lasciarmi andare e piangere a dirotto. Due settimane e mezzo che non ci vediamo e quando ieri sera, ringrazio la tecnologia, mi ha videochiamato e ho potuto vederlo parlare e muoversi e, Dio, sorridere ho dimenticato tutto. Che non era con me, che non è mio, come si respira senza di lui. Tutto.

My heart can’t possibly break
When it wasn’t even whole to start with

Jealousy

it started out with a kiss
how did it end up like this

Continuo a sentire questa canzone stasera. Prima dalla musica sul cellulare, poi da spotify e infine nel nostro pub. Nel nostro pub dove ho detto a questa mia amica, che non sa niente di lui, che ci vado spesso, lì, ma che forse in futuro non ci andró così spesso.
Non ci vediamo. Fino a chissà quando. Ogni volta che penso a vederlo, dopo “oddio mi manca da morire vorrei solo stringerlo” mi viene sempre un moto di rifiuto. Vedo lei, bionda e perfetta, che lo abbraccia perchè lei puó, vedo lei che lo tocca perchè é suo e ripenso a quel lunedì di una settimana e mezza fa, ripenso alla lettera e smetto di pensare a vederlo. Ci parliamo quanto e come prima, tra noi sembra non sia cambiato niente, se non che evitiamo di dire (non di provare) certe cose. Non so come sarà quando succederà, quando ci vedremo. Non so se tutti i pensieri di lei spariranno così.

but she’s touching his chest now
he takes off her dress now
letting me go

and i just can’t look
It’s killing me

Confessions

The first thing that came to mind was you

È il 17 settembre. Un anno fa, per chissà quale motivo, è iniziato tutto. Be’, buon anniversario a me.

Ho mentito. Cioè, ho mentito a me stessa, oltre che qui. Ho fatto quello che so fare meglio, ammettere la sconfitta ancora prima di aver giocato. E il motivo è sempre quello: la paura, il terrore di perdere. Piuttosto che affrontare le cose prendo la high road, faccio “la cosa giusta”, dico che lei è meglio di me per lui quando la realtà è che non lo so, non la conosco e comunque non ha senso per nessuno dire una cosa del genere.

È comodo e succede che in un primo momento penso che possa risultare gracious da parte mia ritirarsi dalla gara per ammissione di superiorità dell’ “avversario”; in realtà, non so, probabilmente chiunque conosce il plateale bluff dietro a questo atteggiamento e vede il terrore e la vigliaccheria che lo muovono.

Mi succede, quando tutto fa un po’ male; quando lui dice riferito a lei “bene dell’anima”, che a pensarci non è nemmeno la cosa peggiore (per me) che avrebbe potuto dire (o sentire?), ma buca lo stesso la mia, di anima; quando dice che il primo pensiero che ha fatto, e quello che gli premeva di più, è stato su di lei. Mi chiedo: ma cosa mi aspettavo? Lo sapevo, lo so.

[Lui ha questo modo di vivere nel momento e quando mi dice “In quel momento non volevo altro che te” lo so che l’enfasi è su “in quel momento”, so che intende che quando ci siamo solo io e lui la priorità sono io e quando me ne vado invece no, lo so e lo sapevo ma mi concentravo solo sul resto della frase perché mi faceva stare bene e cercavo di vivere nel momento anche io, anche se non è che ci sia mai tanto riuscita]

Me ne sono resa conto dopo che queste cose mi ferivano e che era per questo che mi ero barricata dietro un falsamente altruistico “pensa a cosa è meglio per te, non badare a me, io tanto faccio schifo”. Falsamente non perché non voglia davvero il suo bene più di ogni cosa, ma perché funzionale al mio solito bisogno di essere martire, di sacrificarmi per una giusta causa e in questo modo di togliermi dal gioco.

Oggi sono un po’ più onesta e anche se tutto fa male (mi sembra assurdo che non sorriderò più la mattina alle 9 davanti al pc per “Spero che questa sia la prima mail che leggi al lavoro, e spero che ti faccia sorridere”) mi sento un po’ più forte. Sarà difficile non ricadere nei meccanismi ormai consolidati di vittimismo e mettersi da parte per un “bene superiore” (stavo per scrivere “Se lui vuole lei, bene”. Appunto). Sarà difficile ma l’ammissione (la confessione) è il primo passo verso la guarigione, no?

Aware

The summer’s so forgiving
Although we have stolen
All of the things that we though we had owned then
Have disappeared

C’è qualcosa di catartico nel fatto che proprio ieri io abbia scoperto questa parola. Non quella inglese (“consapevole”), ma quella giapponese, che si traduce pressappoco come “the bittersweetness of a brief and fading moment of transcendent beauty. It’s that “last burst of summer” feel” (x).
Il sapore dolceamaro di una cosa bellissima che inevitabilmente finisce. La fine dell’estate. Toh.

Dice che quello che pensa di me non cambia di una virgola, che è una cosa bella da dire, e io tra tutte queste parole leggo solo “addio”.

Ci sono cose che ti svegliano, ti danno una scossa, ti riportano alla realtà. Una lettera anonima (sì, è successo davvero, non è un film e stento a crederci anch’io).
Consapevolezza. La responsabilità è solo nostra, il modo giusto e maturo per affrontare la cosa ancora una volta lo tira fuori lui. Io voglio solo sapere chi è stato. E poi spiegare giustificarmi e poi forse anche chiedere scusa. Giurare che non sono una cattiva persona, che sono caduta, questo sì, ma non volevo, che non ho fatto apposta, che cambierò. Tutte cose che dice chi è colpevole.

Non mi piaccio, adesso più che mai, non sono la persona che vorrei. Ha ragione lui o lei a scrivere “come fai a vivere così”. Non lo so. Non ce la faccio. Me ne rendo conto forse solo ora di quanto mi pesasse. Senza essere abbagliata da lui, che è uno che non ti lasci scappare. Lo so. La capisco, la ammiro anche un po’ (non mi tolgo dalla testa che possa essere stata lei, come sostiene una mia amica).

Io non so chi sia stato. Mi sono scervellata, ho dubitato, nella mia testa ho accusato (il suo amico che mi dice “ho occhi dappertutto” e “non sei sincera con me”. Credo che sappia qualcosa, ma non che sia stato lui).

Questa lettera farà cambiare tutto e muoio se penso a quanto mi mancheranno certe cose (like, oh, how he kissed my thigh when i was coming down), ma prima o poi doveva succedere. Giusto?

She

she wears short skirts
I wear t-shirts

Not to sound too much like that Taylor Swift nonsense, but I’ve always had problems with comparisons and now I can’t help but think that she’s blonde and tall and skinny and smart and classy and accomplished and great and I… I am just a big fucking mess. Nothing in my life is the way I wanted it to be (and I’m also not doing anything to change it).

Mi fa male più di quanto si potrebbe pensare credere, anche solo per un attimo, che lei sappia. E di essere io per lei la causa di quello stesso dolore che conosco bene e che ho provato tante volte. Non lo sopporto.
Mi spiace per lei, sì, e suoneró presuntuosa e ipocrita ma è così. Ho ancora il suo profumo sulle mani eppure il pensiero che lei stia male per lui in quel modo che mi è così familiare mi uccide. Non voglio essere così. Non voglio essere causa di dolore.

Voglio che lui stia bene, voglio che non riceva lettere anonime che lo fanno stare male. Voglio che lui abbia quello che vuole e se è lei che vuole, se è lei che dovrebbe volere, così sia. Siamo stati due bambini, abbiamo giocato con cose più grandi di noi. Ho questo “adesso basta” che mi esplode nella testa, tornare a vivere senza macchia è una tentazione troppo forte, mi rendo conto forse solo adesso di quanto mi sia pesato.

Magic

I call it magic when I’m with you
And I just got broken, broken into two
Still I call it magic, when I’m next to you

C’è un po’ che guarda tutto quello che faccio come se fossi magica, come se dalle mie dita uscissero stelline colorate ogni volta che tocco qualcosa. C’è che si stupisce ogni volta che gli dico che mi piace e c’è che poi io mi stupisco che lui si stupisca.
Immobile quando con le dita traccio lievi disegni immaginari sulla sua pelle, linee di fuoco che mi bruciano i polpastrelli, trattiene il fiato, sgrana gli occhi come se non ci credesse.
C’è che poi in un locale dove nessuno ci conosce mi accarezza una guancia con la mano, si avvicina piano e mi bacia come non mi ha mai baciato prima e il giorno dopo mi sento morire quando mi scrive “lei” e mi dice che è incazzato con lei in questi giorni e la magia finisce di colpo, la bolla esplode e io cado, cado e cado ancora.
il problema non è la caduta è l’atterraggio