Day #32: Karmin, Brokenhearted

Io Milano la sera la adoro. Non parlo della Milano discotecara, ma di quella sempre centrale ma più defilata. Con i negozi chiusi, le strade poco trafficate, le luci disordinate, la gente che vaga senza una meta e si ferma nel primo pub aperto. La città sembra quasi tirare un sospiro di sollievo il sabato sera, ti sembra quasi di sentirla respirare.

E poi peró ci sono i locali che chiudono all’una perchè se no i vicini chiamano i carabinieri, che per te che sei uscito alle 11 e ci hai messo un’ora per decidere cosa fare è un po’ una fregatura.
E poi peró ci sono soggetti con i capelli unti e lunghi pettinati all’indietro, la camicia troppo stretta, i pantaloni troppo corti (andrebbero bene, se non gli si facesse il risvolto), e i mocassini che come dice la mia amica “ma mettitelo un paio calze” e che usano “IED” ogni 3 parole come intercalare (“aspetta scusa non ho capito bene… Hai fatto lo IED?”) che si fermano davanti a una vetrina per interi minuti a osservare delle sedie arrugginite.
Rettifico, ad ammirare rapiti delle sedie arrugginite.
Dicendo cose come “non riesco a staccarmi da qui” (forse sono le suole dei mocassini che si sono sciolte a contatto con l’asfalto ancora rovente del marciapiede incollandoti a terra) e “non sono meravigliose?”.
No.
Sono sedie. Arrugginite.
E forse io sono rozza, ignorante, troppo poco milanese (non come te che hai il nome di un maggiordomo inglese e l’accento di Caltanissetta), troppo poco IED. Peró certe cose proprio no.

E poi io sono tornata a casa sorridendo felice anche se non capisco una cippa di sedie arrugginite e anche se quel sorriso era alcolico e mi ha fatto girare la testa fino alle 11 della mattina dopo.

(la canzone come al solito non c’entra niente col post. Però è l’unica o quasi che al momento mi faccia venire voglia di ballare e che mi faccia sentire che è estate (le finestre non le hai? non senti che ci sono 80 gradi all’ombra?) e che al contempo non mi faccia venire voglia di piangere come tutte quelle simil-brasil-saudade che ci sono in giro ultimamente. E dovete anche sapere che avevo contemplato la possibilità di piazzarci Milano Milano su questo post ma poi l’ho scartata con sdegno, perché ancooooooora ‘sti blast from the past? Ennonsenepuòppiù.)

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Day #31: The Perishers, Sway

Da piccola devo essere caduta e devo aver battuto la testa sullo spigolo di Cime Tempestose. Da allora posso fingermi colta e sofisticata quanto voglio (non lo sono. Lo Chardonnay mi piace ma preferisco sempre un tamarrissimo Sex on the beach con ombrellino), ma ogni volta che mi imbatto in una storia di ammmmòre tragica o perlomeno un minimo turbolenta mi innamoro della suddetta storia d’amore.

E potevo quindi io resistere a una storia in cui Lui, prima di stare con Lei, stava con la migliore amica di Lei (e Lei con il migliore amico di Lui, e fratello della migliore amica di Lei), che poi è stata uccisa dal padre di Lui (che se la faceva con la fidanzata di Lui, nonché migliore amica di Lei); in cui poi Loro si mettono insieme ma si lasciano quasi subito perché Lei pensa che sia stato Lui a uccidere la sua migliore amica. In cui Lei si rimette quindi con il migliore amico di Lui che però poi scopre che la ragazza con cui era stato fino a poco prima è incinta (e in coma) e quindi la lascia per… boh, faccende sue. I Due si mettono insieme e si lasciano un altro centinaio di volte con scuse più o meno assurde e io li ADORO.

Non vi dico neanche di chi sto parlando, la canzone comunque dovrebbe dire tutto a chi già sa (musichetta misteriosa di sottofondo).

Day #30: The Killers, Runaways

Lo ammetto, sono una fan sfegatata dei The Killers.
Sono rimasta un attimo scioccata tempo fa quando ho appreso che il frontman, come dicono su MTV, Brandon Flowers, con il suo bel faccino ele sue giacche piumate, è tipo-quasi-però-forse-no mormone (però viva a Las Vegas, beve, fuma etc) e repubblicano (da allora non ho più voluto sapere niente sulla sua vita privata, che mi rovino la magia), però una cosa è certa: una storia la sa raccontare. È di questo che mi innamoro nelle loro canzoni, è per questo che Hot Fuss è nella classifica dei miei 5 album preferiti (grazie Nick Hornby per avermi rovinato durante la mia infanzia). Ed è per questo che sono corsa a scaricarmi il primo singolo del nuovo album, con un po’ di quella paura che hai quando sai che le nuove canzoni potrebbero non piacerti come tutte le precedenti.

But I got the tendency to slip when the nights get wild
It’s in my blood

Cosa posso dire? Per me è un sì.

Day #29: The Ataris, Boys of Summer

Non se ne abbia a male Don Henley e il suo sound anni ’80, ma quando penso a Boys of Summer io penso solo ai The Ataris, che ho adorato per un periodo della mia adolescenza. E ogni volta che viene estate penso a quella ragazza abbronzata con i capelli pettinati all’indietro e gli occhiali da sole calcati sugli occhi che passeggia per la strada assolata sorridendo a tutti.

Remember how you made me crazy?
Remember how I made you scream […]
I can see you, your brown skin shinin’ in the sun
I see you walkin’ real slow and you’re smilin’ at everyone
I can tell you my love for you will still be strong
After the boys of summer have gone

Day #28: Vampire Weekend, California English

Oggi mi vanno i Vampire Weekend (vintage), vorrei avere capelli corti e disordinati e mentre tutti si lamentano (sui social network, eddove sennò) del fatto che è sabato e ovviamente c’è un tempo schifoso, a me va anche questo tempo schifoso, fatto di nuvoloni bassi e luminosi che mi dà l’impressione che debba succedere qualcosa da un momento all’altro, ma che forse non succederà niente. Ed è in questa sensazione sospesa di aspettativa inutile che mi ritrovo ad ascoltare questa canzone e a sognare la California (aspettami, vedrai che a ottobre se convinco due Miamiste agguerrite ci vedremo).

Someone took a trip before you came to ski in the Alps
Your father moved across the country just to sunburn his scalp
Contra Costa, Contra Mundum, contradict what I say
Living at the French Connection, but we’ll die in L.A.

Day #27: Cesare Cremonini, Il comico (sai che risate)

Lei è seduta sul treno, lo sguardo chino, assorta nella lettura di un libro che tiene in grembo. Si vede che non ha più vent’anni da un po’, ma anche che non è ancora arrivata ai trenta. È in quella fase della vita in cui ancora non sai cosa ne sarà di te, in nessun senso. Porta un anello all’anulare della mano destra, ma la pietra è troppo grossa per essere un diamante e sembra più un regalo che si è fatta da sola piuttosto che una promessa di matrimonio.
Poco più in là, in piedi, un ragazzo la guarda. Avrà all’incirca la sue stessa età e sembra che stia decidendo se avvicinarsi. Lei sposta una ciocca dei lunghi capelli castani dietro un orecchio e quasi per caso alza un po’ lo sguardo e incontra il suo.
Ha un attimo di confusione, poi realizza e la bocca si apre in un sorriso sorpreso e impacciato: “…ciao!”
Il ragazzo si siede di fronte a lei e iniziano a parlare del più e del meno, un po’ in imbarazzo. Per gli altri passeggeri silenziosi del vagone, che non possono fare a meno di ascoltare o perlomeno sentire la conversazione, è chiaro che non si vedono da parecchio tempo, che forse sono stati amici, forse (pensa qualcuno di loro più romantico degli altri) anche qualcosa di più.

La verità è che uscivano spesso insieme in compagnia anche di altri solo qualche anno prima, la verità è che erano buoni amici. La verità è che non si sono più visti dopo il suo funerale. Dopo che tutto era crollato e niente poteva più essere come prima. Non erano più usciti tutti insieme perché si faceva troppo forte, troppo pesante ed evidente la sua mancanza. Come se già non bastasse.
Non si erano più visti perché per ognuno di loro il solo vedere gli altri portava a troppi ricordi di un passato che non volevano più ricordare.

E così si erano allontanati, ognuno con la sua vita, ognuno con altri ricordi da creare di nuovo dal nulla. Avevano voluto disperdersi, per disperdere il dolore.

Tutto questo gli altri passeggeri non lo sapevano, mentre loro due continuavano a parlare sorridenti. Ignoravano la stretta al cuore che lei aveva sentito, ancora, vedendo lui. Ignoravano che quando aveva detto “Da quanto tempo non ci vediamo, saranno anni!” in realtà sapeva benissimo persino la data dell’ultima volta in cui si erano visti.

Ignoravano che lei piangeva con il viso schiacciato sul cuscino per non urlare ogni volta che sentiva una canzone di quei pochi cantanti italiani che piacevano a lui.

Sognavi di essere trovata
su una spiaggia di corallo
una mattina
dal figlio di un pirata,
chissà perché ti sei svegliata.

Io la musica italiana non la ascolto quasi mai, lo sai. Non più.

È per te questo fiore che ho scelto, te lo lascerò lì, sotto un cielo coperto
Mentre guardo lassù sta passando novembre e tu hai vent’anni per sempre
Ora che… puoi prendere per la coda una cometa e girando per l’universo te ne vai,
puoi raggiungere forse adesso la tua meta, quel mondo diverso che non trovavi mai…
Solo che non doveva andar così,
solo che tutti ora siamo un po’ più soli…
tutti ora siamo un po’ più soli qui…

Tutto questo tempo pieno di frammenti e di qualche incontro
e tu non ci sei…
Tutte queste radio piene di canzoni che hanno dentro un nome
ecco chi sei
Non ti sai nascondere per bene… […]
E ogni volta è sempre un colpo all’anima