Day #26: Eastern Block, Protecting God

We take ourselves so seriously

Non avrei dovuto, lo so, fare così con te a pochi metri che guardavi senza neanche far finta che non ti importasse. Toccarlo, ridere con lui, guardarlo con quello sguardo. Lui che non è nessuno, davvero, un amico. Non avrei dovuto. Ma è stato più forte di me, perché quando IO mi sono avvicinata per salutarti, quando IO ti ho rivolto la parola, quando IO ho guardato te negli occhi, il cuore mi batteva un po’ troppo forte. E io non sono tipa da queste cose, non ho più sedici anni e non leggo Coelho.

Non è stato niente, eppure, lo so, è bastato. Non ti ho scritto, anche se ho sentito il bisogno di farlo pizzicarmi le dita per un po’; anche se tu ti aspettavi che lo facessi, perché quando te ne sei andato invece di salutare hai continuato a guardare dritto davanti a te senza girarti. Volevi che ti scrivessi. Ma non l’ho fatto perché non avrei sopportato di sentirmi rispondere “Ti ho vista occupata e non ho voluto disturbare”. Non avevo voglia di rendermi conto ancora una volta che, oh my god, you’re serious.

Tra due giorni partirai e così potrai dimenticarti meglio di quella stronza che “allora fa così con tutti”.

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Day #25: AC/DC, Back in Black

Perché io sono quella che, in discoteca insieme alle amiche, si scatena veramente solo quando, per chissà quale caso divino, tra i vari What the fuck e Give me everything tonight, capita sul piatto il vinile di Back in Black; quella che, mentre tutti gli altri si guardano intorno straniti chiedendosi “Cos’è ‘sta roba?”, si dimena e canta a squarciagola e salta e a occhi chiusi urla tutte le parole al cielo con le braccia tese verso l’alto, con tutti quelli attorno, amiche comprese, che la guardano divertiti. O scioccati.

Day #24: The Vaccines, Wreckin’ Bar (Ra Ra Ra)

Non sono una con cui la gente si scusa.

Lo sapevo, eh, ma l’ho imparato per l’ennesima volta oggi. Ci sono quelle persone che la gente cerca dopo anni e anni o quelle alle quali la gente dopo anni chiede scusa, magari anche se non ha fatto niente di male, anche se in realtà era tutto un malinteso.

La gente di me semplicemente si dimentica. Oppure passa sopra al fatto che magari mi dovrebbe delle scuse, o almeno delle spiegazioni, perchè io non le esigo, perchè pensa che a me non interessi, che anch’io ci passi sopra. Ed è quello che faccio credere io, involontariamente, perció non è che mi possa poi neanche lamentare tanto.

Se vuoi le scuse di qualcuno invece a volte devi cercarle, chiederle, pretenderle. E c’è chi lo fa, e le ottiene. Anche se magari è stata una storia da 3 uscite.

Io no. Io non ho mai preteso nè ho ottenuto scuse da chi mi ha fatto star male per tre anni. Io sono una che si riesce a dimenticare facilmente. Io sono cone Maria Antonietta, che, si dice, mentre saliva sul patibolo pestò un piede al boia e gli chiese scusa. Lei.

Giustamente voi direte, sì, vabbè, ma cosa c’entra tutto questo con questa canzone? Be’, è anche lei come le scuse: anche se quando le ricevi vorresti che non finissero mai, spesso sono troppo corte. Ma ugualmente belle.

Day #23: Robyn, Dancing on my own

Ho sognato lui ieri notte. Lui che non è bello ma che si vede lontano un miglio che è di una dolcezza disarmante. Lui che però non è dolce con me, anche se forse vorrebbe, anche se dicono che vorrebbe, perché io sono off limits. Lui che l’altra sera poi è stato dolce con un’altra.

Ma io l’ho sognato lo stesso, e ovviamente nel mio sogno non faceva altro che abbracciarmi.

E la mia amica dice (anzi scrive, perché è sotto esami/tesi e quindi uscire ovviamente non può) che ho ragione, che il mio non è tanto bisogno d’affetto, ma che lui (l’altro lui, non il lui di prima ma nemmeno il Lui lui) mi ha lasciato un buco dentro, perché ha detto che aveva voglia di abbracciarmi troppe volte e poi non l’ha mai fatto.

[Io quel calore, com’è giusto che sia, l’ho cercato in Lui, ultimamente. L’ho stretto forte da fargli male, sperando che ne uscisse una goccia, giusto come ai vecchi tempi, quando di calore mi inondava ogni volta che mi toccava. E invece stavolta niente, e quindi continuo a sognare. My God, it’s so beautiful when the boy smiles, wanna hold him… Maybe I’ll just sing about it.]

So che la canzone non c’entra, ma l’altra sera ballare on my own e ridere incessantemente praticamente di fianco a lei che mi mandava tutte le maledizioni del mondo è stato catartico. E fantastico.

Day #22: Management Del Dolore Post-Operatorio, Irreversibile

Dopo che Milla li aveva suggeriti nello scorso post, ho ascoltato (e riascoltato, e metabolizzato) per intero il nuovo album dei Management del dolore post-operatorio. Auff continuo a non capirla, ma credo che sia per via del fatto che ogni volta devo controllare come si scrive Baudelaire.
Per il resto delle canzoni, credo che si possa parlare di risveglio di coscienza, di bucare la superficialità in cui siamo immersi e di arrivare a pungere un po’ più sotto, dove c’è la carne viva. E credo anche che durerà poco questo mio stato cosciente, perché così fa tutto troppo male.

Siamo arrivati a un stato di entropia, di rumore incessante, di pieno che poi però è vuoto di significato che l’unica soluzione plausibile, necessaria, sarebbe distruggere tutto e ricominciare da capo.

E poi, da inguaribile egocentrica quale sono (l’egocentrismo d’altra parte è una delle piaghe di noi giovani che abbiamo troppo etc le solite cose), ho subito sentito che questa irreversibilità di cui si parla non è solo sociale, ma anche individuale ed emotiva. L’uomo ha sempre avuto bisogno di credere in qualcosa (e ha inventato la religione), ma a essere pragmatici non si può credere a nulla: se per credere hai bisogno di prove, non crederai mai a niente. E allora? È appunto una condizione irreversibile dell’anima, da cui non c’è via di ritorno, per la quale non c’è soluzione. Se non la distruzione. Ce lo insegna pure la Bibbia.

Permettetemi di citare Palahniuk nonostante l’abuso che se ne fa, che almeno il suo nome lo so scrivere senza controllare.

“Maybe self-improvement isn’t the answer, maybe self-destruction is the answer.”