Day #21: A Fine Frenzy, Almost Lover

In tema con ciò che si diceva nello scorso post, caro quasi amante.

Questa canzone la adoro da tempo e non passa mai di moda. Quindi.

A te che pensi a me ora e che ti dimenticherai domani. Gli amori non vissuti sono quelli che portiamo dentro più a lungo, perché il fuoco non si è consumato in un’alta fiamma per poi spegnersi subito dopo, ma continua ad ardere piano sotto le braci fumanti, sotto la cenere. Per un tempo che sembra infinito.

A te che ora credi che sarà una ferita eterna, che ti illudi di aver sprecato qualcosa di speciale, perché è questo che succede e io lo so bene. A te che un giorno ti renderai conto che non era così. E a me che spero che tu non te ne renda mai conto.

A te che non sai che non ne valgo la pena e che per tua fortuna non lo saprai mai.

So you’re gone and I’m haunted
And I bet you are just fine
Did I make it that easy
To walk right in and out of my life?

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Come far innamorare un uomo

(Mi vergogno profondamente per il titolo da rotocalco per donne single)

È che volevo condividere questa mia perla di saggezza, questa verità da me recentemente scoperta e non avevo un blog su cui fosse appropriato farlo (tra tutti quelli che ho (abbandonato)). Sicché lo faccio qui. Procedo a esporre la teoria, songless.

Far innamorare un uomo è dannatamente e sinceramente anche un po’ deludentemente facile. Dopo 25 anni l’ho scoperto e anche se l’avevo già sentito dire prima (non reclamo alcuna originalità né intendo brevettare l’idea) è come se vedessi davvero come stanno le cose per la prima volta.

Il fantastico trucco è: far pensare al suddetto essere di genere maschile che gliela si darà e non dargliela. Almeno per un po’.

Parlarci, riderci, scherzarci, parlarci di cose serie (importante!), flirtarci. E poi basta che sto infinito + pronome diretto mi sta uccidendo. La teoria del braccio ve la spiego un’altra volta. Farsi conoscere, insomma, fargli capire che c’è un essere pensante e senziente attorno a… be’.

Ora direte: vabbè sì, bella scoperta. No no. È così. Scientificamente provato. Clinicamente testato (senza utilizzo di animali). Perché l’uomo come tutte sappiamo per esperienza è biologicamente portato a, ehm, come dire, spargere il suo seme. Se tu prometti, flirti, fai capire ma non troppo in una sorta di vedo-non-vedo metaforico, lui ci casca. No ve lo dico, ci casca davvero. Provateci, fate un po’ ‘sto esperimento sociologico. E fatemi sapere.

Ah, se lui alla fine piange anche, +100 punti.

(Adesso vi chiederete perché invece di fare questi esperimenti sociologici non mi impegno a fare qualcosa di utile della mia vita, ma questo devo ancora capirlo pure io.)

Day #20: Nina Zilli, L’amore è femmina (out of love)

Ho una scusa anche stavolta per non aver scritto sul blog (chi l’avrebbe mai detto!)… Negli ultimi giorni, febbrone da cavallo. Vabbé, solo venerdì sera. E un po’ sabato, giusto per rovinarmi l’uscita serale tipica del week end. Ma non tutto il male viene per nuocere. Questa volta invece sì, perché ieri sera poi alla fine spossata da tutto il Jersey Shore che avevo visto durante la giornata (era la cosa migliore che ho trovato mentre mi rotolavo inutilmente nel letto lamentandomi e mugugnando cose senza senso) ho guardato Eurovision.

Tranquilli, se non sapete cos’è vuol dire che siete degli esseri umani decenti e mediamente funzionali. Ma ora ve lo spiego. Vabbè, praticamente è la cosa più trash del mondo. Fondamentalmente è un concorso musicale tra i vari stati europei. Fondamentalmente è una gara a chi è più trash e colorato e autotuned. O a chi urla di più. E francamente quest’anno mi è sembrato anche un po’ “non voglio assolutamente vincere questa roba che l’anno prossimo non ho soldi per ospitare l’evento”. Comunque.

L’Italia porta sempre canzoni molto più decenti degli altri, l’anno scorso Raphael Gualazzi (che nome inscrivibile), quest’anno la fantastica Nina Zilli, che purtroppo hanno vestito e acconciato come una giovane Moira Orfei o, come i più hanno suggerito, come Amy Winehouse. La canzone era decisamente una delle migliori, ma ovviamente non era abbastanza trash per Eurovision ed è arrivata tipo nona (ammetto di essermi addormentata prima della fine).

E poi sono così out of love in questo momento che ‘sta canzone mi sarebbe piaciuta anche se fosse stata cantata dai Jedward.

P.S. Febbre & Co. mi sono chiaramente state iellate da qualcuno. Me la vedo già quell’arpìa che dice la solita frase fatta “Spero che le venga la diarrea fulminante”…

Day #18: U2, City of Blinding Lights


Sono malinconica stasera.
Vorrei poter dire che so molto più ora di quello che sapevo 6 anni fa, che ero solo una ragazzina, ma non è così. Faccio gli stessi pensieri, ho gli stessi dubbi, ripeto gli stessi errori. Mi pongo le stesse domande.

What happened to the beauty I had inside of me?

Questo post è per te, che quel giorno mi hai chiesto “Perché non hai scelto me?” con la tua solita voce, quella che sorrideva sempre, anche al telefono, anche quando mi chiedevi queste cose. Con quel vuoto nello stomaco e i demoni e le stelle cadenti e “volentieri ma non posso”. Ti dedico questa canzone, stanotte, dopo così tanto tempo, perché oggi dopo tanti anni non lo so ancora dove sia finita la mia anima, o se ci sia mai stata. Perché in fondo ti ho salvato, perché nessuno è felice con me, perché questa è la mia maledizione e non scegliendo te forse ho fatto la cosa migliore per te. Spero che tu sia felice, spero che tu sorrida ancora con quel sorriso che illuminava una stanza, spero che tu non abbia mai pensato di non essere abbastanza e che tu abbia dimenticato quella stupida che una sera di agosto ti ha lasciato andare.